Quando la maratona è solo un terzo di un’impresa: intervista a Martina Dogana.

Se intorno alla metà degli anni ottanta – quando ad internet e tv via satellite qui da noi non ci pensava ancora nessuno – eri appassionato di sport americani, non avevi scelta: l’unica soluzione era seguire il sabato pomeriggio Americanball. Lì ci potevi trovare il football americano, il baseball o le sfide interminabili tra Lakers e Celtics. Tutto in differita, tutto fuori sincrono di una settimana e più, tutto molto affascinante e lontano anni luce dallo sport nostrano.
Lì c’erano gli sport professionistici e quelli universitari, ma non solo.
E’ lì che ho sentito parlare per la prima volta di triathlon o meglio di Ironman.
L’Ironman, allora, era una gara per pochi: una sorta di sfida all’estremo: 3800 metri di nuoto, 180 km in bicicletta e una maratona42 km e 195 metri – sì, un’intera maratona. E in linea. Per capirci, qualcosa come dieci ore di gara senza soluzione di continuità.
L’idea venne nel 1977 ad un gruppo di amici dopo un’animata discussione su quale, fra i tre sport di cui sopra, fosse il più faticoso. La soluzione era semplice: bastava metterli insieme. Il resto è storia.
Il primo Ironman si disputò alle Hawaii nel 1978. 15 partecipanti.
Trent’anni dopo il triathlon non è più uno sport per pochi: ha debuttato alle olimpiadi di Sydney (con distanza olimpica, una delle possibili varianti ridotte) e alle gare del circuito Ironman partecipano migliaia di appassionati.
Per prendere il via alla gara di Kona – Hawaii, il campionato del mondo, l’ronman per eccellenza, oggi tocca qualificarsi in una delle 21 gare del circuito mondiale.
Una sfida contro se stessi, contro il tempo, contro la fatica; una sorta di impresa. Non impossibile a quanto pare.

Ce lo dice Martina Dogana che il triathlon lo pratica da anni, ed è una triathleta pura (nel senso che a differenza di molti atleti che, oggi e in passato, arrivano o arrivavano al triathlon da altri sport, lei si è cimentata fin da giovanissima in questa disciplina) e soprattutto è una che corre tanto. Vuoi nell’acqua, vuoi in bicicletta, vuoi con i piedi. Corre talmente tanto che il 22 giugno 2008 a Nizza un Ironman lo ha vinto, e con il record della competizione.
09h:35m:29s.
3800 metri di nuoto, 180 km in bicicletta e una maratona – 42 km e 195 metri.

Che sarà anche un’impresa possibile, ma resta pur sempre un’impresa.
Noi, che di imprese per ora ce ne siamo messi in testa una (ma chissà, se mai riusciremo a portarla a termine, forse un giorno…), l’abbiamo intervistata. Perché a vederla di persona, Martina sembra una ragazza come tante altre, perchè per fare uno sport così, un po’ speciali bisogna esserlo, perchè l’11 ottobre, alle Hawaii, lei ci sarà. E non è cosa da poco.

Prima di tutto le presentazioni: raccontaci chi è Martina Dogana atleta?
Sono nata in una famiglia sportiva, quindi la passione per l’attività fisica ce l’ho nel sangue da sempre. Ho cominciato a gareggiare fin da piccolina alle podistiche di paese e sugli sci da fondo, poi con la scuola facevo tutte le campestri e i campionati di atletica. A inizio anni ‘90 i miei genitori scoprirono il triathlon e il passo per me è stato breve: alla prima gara nel 1995 non arrivai ultima e decisi di provarci; partecipai a qualche altra manifestazione e a fine anno fui convocata in nazionale giovanile. Da quel momento le mie giornate sono scandite da lavoro e allenamenti, l’anno suddiviso in obiettivi primari e secondari e periodi di riposo, insomma una vita da atleta… che però ha studiato e seppur part-time ha un lavoro!

Partiamo dal tuo ultimo successo, all’Ironman di Nizza dello scorso Giugno. Nel tuo sito c’è una cronaca dettagliata di una gara pressoché perfetta, raccontaci le tue sensazioni “del dopo”: cosa hai provato una volta metabolizzata la vittoria?
A dire il vero non credo di averla ancora metabolizzata! Le mie prime parole sono state: “I can’t believe it, it’s just a dream!” e ancor oggi, a circa un mese, devo andare a riguardarmi la foto dell’arrivo per essere sicura che non sia tutto un sogno! Ho vissuto dei momenti magici, ma già in gara avevo capito che quella era la mia giornata, te lo senti dentro, dopo tanti sacrifici e difficoltà prima o poi arriva quel momento tanto atteso. Per me vincere a Nizza vale doppio perchè è una gara che ho nel cuore. Tagliare quel traguardo davanti a più di 60.000 persone è da brividi; solo chi fa sport, anche in forma amatoriale, può capire come ci si senta leggeri ed appagati a raggiungere l’obiettivo che ci si era prefissato da mesi.

Come è la vita di un triathleta? Quanto influiscono allenamento, alimentazione e preparazione nella tua vita? Come si arriva a un’impresa come quella di Nizza?
Come ti ho già detto la vita di un atleta – triathleta che sia – è scandita da ritmi ben precisi: lavoro, allenamenti, alimentazione e riposo, tutto concorre alla miglior prestazione. Per me questo successo è arrivato dopo quasi quindici anni di triathlon. Credo che tanto mi venga dall’esperienza acquisita in questi anni e dalla serenità con cui sono arrivata all’appuntamento, dalla vicinanza delle persone che mi vogliono bene e dagli amici che mi sostengono.

Nuoto, bicicletta e corsa sono sport molto praticati; dal 2000 il triathlon ha fatto anche il suo ingresso tra le discipline olimpiche, quante chance ha realmente uno sportivo non professionista di praticare una disciplina così dura e complessa? Per intenderci: esiste una dimensione amatoriale di questo sport? E quali consigli daresti ad una persona che ci si vuole avvicinare?
In Italia, ma non solo, il triathlon è uno sport amatoriale, soprattutto le lunghe distanze. Per farti un esempio gli Ironman europei fanno il sold out delle iscrizioni per l’anno dopo in 5-6 ore. Si parla di circa 3000 partecipanti che per partecipare a questo tipo di gara (la più lunga in assoluto) devono pensarci almeno un anno prima. L’unico consiglio che mi sento di dare a chi si avvicina a questo splendido sport è di non avere fretta, di andarci piano, perchè non è con la quantità di allenamento che si raggiungono certi risultati, ma con la giusta qualità, con la costanza e anche la giusta alternanza di fatica e riposo perchè il fisico deve metabolizzare e recuperare.

Noi abbiamo concepito il Cefalopodista quale progetto per raccontare i nostri progressi tecnici e sportivi ma anche e soprattutto per descrivere le sensazioni piacevoli che la corsa è in grado di regalarci. A livello sia fisico che mentale. Se corri, ti muovi, ti guardi intorno, registri, pensi. Immagino che durante le gare ci sia ben poco tempo per spaziare con la mente; serve concentrazione e soglia massima di attenzione ma forse anche tu, in allenamento… A cosa pensa Martina quando si allena. Chi è Martina Dogana, donna?
Ti dirò che tanto in allenamento quanto in gara penso molto, ma di quello che penso in gara non mi ricordo mai niente! In allenamento, se è un lavoro specifico, mi concentro solo sulle mie sensazioni, se invece è un lungo o un allenamento in compagnia cerco solo le sensazioni migliori, mi guardo intorno per gustarmi i bellissimi paesaggi, scherzo con i miei compagni… insomma parlo, e a detta di chi sta con me forse anche troppo! Mi ritengo una persona solare e positiva e ho bisogno di esternare i miei stati d’animo, specialmente se sono belli.

In uno sport dove la maturità agonistica si raggiunge piuttosto tardi, tu sei un caso atipico: gareggi da quando avevi 15 anni e sei una sorta di prototipo della triathleta pura: quali sono i prossimi traguardi e gli obiettivi che ti sei posta?
Sì, sono una vecchietta e ho solo 29 anni! Per quest’anno ho ancora due obiettivi: il campionato di lungo in Olanda e l’Ironman delle Hawaii, entrambi importanti! Per il futuro punto a migliorare e a ben figurare nel circuito Ironman.

Per saperne di più:
http://www.martinadogana.it
http://www.ironmanfrance.com/
http://ironman.com/

Una Risposta a “Quando la maratona è solo un terzo di un’impresa: intervista a Martina Dogana.”

  1. filippo dal maso Dice:

    grande Martina un’impresa che rimarrà nel cuore di tutti noi, soprattutto per chi ti ha visto arrivare dal vivo come me….

    filippo

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